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È viva la lezione di Modigliani

1918-2018

Il primato della lotta alla disoccupazione contro il monetarismo dominante. Cento anni fa nasceva l’economista premio Nobel, costretto all’esilio dalle leggi razziali di Mussolini

Franco Modigliani (a sinistra, 1918-2003) mentre riceve il premio Nobel per l’economia, che gli fu assegnato nel 1985,  dalle mani del re Carlo XVI Gustavo di Svezia (foto Ansa)

Franco Modigliani (a sinistra, 1918-2003) mentre riceve il premio Nobel per l’economia, che gli fu assegnato nel 1985, dalle mani del re Carlo XVI Gustavo di Svezia (foto Ansa)shadow

Franco Modigliani — uno dei maggiori economisti della seconda metà del Novecento, premio Nobel per l’Economia nel 1985 — era nato un secolo fa, il 17 giugno 1918. Aveva perciò venti anni nel 1938 e stava per laurearsi in legge a Roma quando vennero promulgate le leggi razziali. Il consiglio di Bruno Calabi, padre della sua futura moglie e proprietario delle Messaggerie Italiane, che vennero in quella circostanza cedute alla Mondadori, fu di lasciare subito e definitivamente l’Italia. Franco e Serena si trasferirono a Parigi, si sposarono e nell’agosto del 1939 si imbarcarono a Le Havre sul Normandie — uno degli ultimi piroscafi a traversare l’Atlantico prima dello scoppio della guerra; giunsero a New York il 28 agosto, quattro giorni prima dell’invasione della Polonia.

Franco Modigliani (1918-2003): docente al Mit di Boston, fu anche firma del «Corriere della Sera»
Franco Modigliani (1918-2003): docente al Mit di Boston, fu anche firma del «Corriere della Sera»

Per sopravvivere Modigliani trovò lavoro come venditore di libri importati dall’Italia. Contemporaneamente, grazie a una borsa di studio di Max Ascoli, un antifascista italiano emigrato da tempo negli Stati Uniti, si iscrisse ai corsi serali di economia della New School for Social Research. Negli anni Venti, la New School era stata un’oscura Università per l’educazione degli adulti creata da un miliardario filantropo, ma negli anni Trenta, sotto la protezione di Franklin Delano Roosevelt e soprattutto della moglie Eleanor, divenne uno dei grandi centri universitari che accoglievano docenti e studenti in fuga dall’Europa, tanto da essere soprannominata l’Università in esilio. In quel periodo alla New School Modigliani ebbe due maestri: Jacob Marschak, un economista matematico russo che dopo la rivoluzione di Ottobre si era rifugiato in Germania da dove era dovuto fuggire all’avvento del nazismo, e Abba Lerner, anche lui ebreo, inglese, che aveva fatto i primi passi alla London School of Economics con Friedrich von Hayek, ma si era convertito alle idee di John Maynard Keynes dopo la pubblicazione nel 1936 della Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta.

La coincidenza fortunata per Modigliani fu che i suoi anni di apprendistato economico coincisero con «la rivoluzione keynesiana», cioè con la trasformazione radicale dell’impostazione degli studi economici seguita alla pubblicazione nel 1936 del libro di Keynes. La Teoria generale — scrisse Paul Samuelson qualche anno dopo — «colpì la maggior parte degli economisti sotto i trentacinque anni con la virulenza inaspettata di una malattia che attacchi per la prima volta e decimi una tribù isolata dei Mari del Sud». Essa, in effetti, segnò in modo indelebile Modigliani e gli economisti della sua generazione: «Keynes — scrisse Modigliani nella sua autobiografia Avventure di un economista (Laterza) — ci dava la speranza che la malattia misteriosa che aveva originato la tremenda recessione del 1929 fosse qualcosa che poteva essere compresa… Quegli studi ci infiammavano. Capimmo di essere su una linea di frontiera… stavamo combattendo una guerra importante per il futuro». Keynes per l’economia e Roosevelt per la politica sono stati la duplice ispirazione cui Modigliani è rimasto fedele per tutta la vita.

Il ciclo vitale del risparmio

Nel gennaio del 1944 apparve su «Econometrica», una delle più importanti riviste americane di economia, un articolo di Modigliani, che aveva solo 24 anni, intitolato Liquidity Preference and the Theory of Interest and Money. L’articolo conteneva una fra le prime, se non la prima, formulazione matematica completa della Teoria generale. Modigliani sosteneva che la rigidità dei salari, e cioè il fatto che il salario monetario non si riduca in presenza di disoccupazione, spiega perché i sistemi di mercato non realizzano automaticamente la piena occupazione. Forse, con il senno del poi, si può sostenere che l’articolo contenesse un fraintendimento della Teoria generale, le cui conclusioni non richiedono questa ipotesi sulla rigidità dei salari. Ma l’articolo comunque rafforzava gli argomenti sulla necessità di una politica economica attiva per realizzare e mantenere la piena occupazione.

Oltre a mettere in dubbio le vecchie certezze sulle virtù del mercato, la Teoria generale aperse di colpo nuove promettenti aree di ricerca. Una di queste fu lo studio delle determinanti del risparmio nel breve e nel lungo periodo. Keynes aveva sostenuto che, al crescere del reddito, il consumo tende a crescere, ma non quanto il reddito. Dunque anche il risparmio cresce al crescere del reddito. Ma che cosa determina esattamente la propensione al consumo e al risparmio? Modigliani avanzò l’ipotesi che la propensione al risparmio muti nel corso della vita secondo un ciclo che essenzialmente vede le persone risparmiare da giovani e spendere da vecchie il risparmio accumulato. Su questa ipotesi continuò a lavorare a lungo traendone implicazioni importanti. Nel 1985 la Commissione del Nobel nelle motivazioni del premio si riferì soprattutto a questa filone di ricerca.

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L’unicità di un attore come Massimo Troisi

Il 5 marzo 1981 Massimo Troisi debutta al cinema in veste di regista-attore con Ricomincio da tre: il film incassa 15 miliardi di lire e viene proiettato per 43 settimane consecutive nelle sale, segnando un record ancora oggi imbattuto. Da quel giorno, l’artista napoletano ha conosciuto una lunga serie di successi, terminata solo con la morte prematura avvenuta durante  le riprese de Il Postino nel 1994. In tredici anni ha lavorato in dodici pellicole, di cui solo cinque nella veste di attore. Eppure, Troisi riuscì a cambiare le regole della comicità al cinema, plasmate da artisti come Manfredi, Sordi, Tognazzi e Villaggio Oggi la nostra comicità è orfana del lascito di Troisi, molto lontana da quella che l’attore aveva portato a teatro, in televisione e introdotto sul grande schermo.

La forza comica di Troisi si trovava soprattutto nella visione sarcastica e romanzata del quotidiano, dove ogni evento diventava spunto per un umorismo spontaneo, immediato, paradossale, mai volgare, aggressivo o urlato. Non aveva bisogno di forzare una situazione o di una parolaccia per strappare la risata del pubblico, ma si basava sulla mimica inconfondibile e un talento quasi istintivo per i tempi della battuta. Dal teatro-cabaret al cinema, dalla radio alla tv, la comicità italiana di oggi si nutre in molti casi  di urla sguaiate, volgarità, bassezze, qualunquismi e stereotipi. Anche per questo è sbagliato considerare Massimo Troisi uno dei maestri della comicità italiana. L’attore rappresenta più un unicum privo di eredi artistici. Venticinque anni dopo la sua morte non esiste una “scuola Troisi” e il suo ricordo sfocia nella citazione o nei peggiori dei casi nell’emulazione, mentre non viene scalfito quell’alone di irripetibilità che da sempre lo ha accompagnato in una vita segnata da una malformazione cardiaca scoperta all’età di 14 anni.

Il Postino, 1994.

Per capire l’unicità di Massimo Troisi possiamo partire dal linguaggio e prendere in prestito quanto detto da Roberto Benigni, con cui ha diretto nel 1984 il film Non ci resta che piangere. Nella poesia dedicata a Troisi dopo la sua morte, Benigni scrive: “Morto Troisi muore la segreta arte di quella dolce tarantella, ciò che Moravia disse del Poeta io lo ridico per un Pulcinella”. Parafrasando, l’arte di Troisi è Troisi, al punto che gli è stato riconosciuto lo status di “maschera” che prima era stato di Totò. Quando Ettore Scola nel 1990 gli affidò il ruolo di Pulcinella ne Il Viaggio di Capitan Fracassa, sembrò una naturale sovrapposizione.

Il concetto di maschera è ancor più evidente nei film di cui Troisi è stato regista o co-regista. I protagonisti sono una proiezione della sua personalità in diversi contesti: impacciati e timidi, vivono una condizione di esuli più che di emarginati, trovando la risata nell’incomprensione, nella parola smangiucchiata, nei gesti abbozzati del corpo. Lo si vede con Gaetano in Ricomincio da tre, il soggetto più autobiografico nella carriera di Troisi, ma anche con Mario Ruoppolo ne Il Postino (co-diretto con Michael Radford), quando l’artista di San Giorgio a Cremano ha mostrato la sua indole più nostalgica, matura e intima, che gli valse la candidatura postuma per l’Oscar come miglior attore protagonista nel 1996.

Massimo Troisi non era solo divertente, ma tagliente. La sua carriera è stata una costante operazione di decostruzione della società, usando Napoli come suo luogo archetipico. Troisi ha offerto un’immagine della sua città ribaltando i luoghi comuni. Per riuscirci ha seguito due percorsi: nel primo ha rappresentato Napoli con lo sguardo esterno, mentre nel secondo l’ha raccontata come può fare solo uno dei suoi abitanti. Dagli inizi in calzamaglia con I Saraceni, poi diventati La Smorgia insieme a Enzo Decaro e Lello Arena, dai piccoli teatri al passaggio in tv nelle trasmissioni Non stop e Luna Park, fino al clamoroso successo da “solista” al cinema, Massimo Troisi ha tentato di spezzare tanto la visione conservatrice che hanno alcuni dei suoi abitanti su Napoli, quanto i pregiudizi del resto degli italiani.